Un cambiamento significativo sta per interessare il sistema previdenziale italiano, specialmente per le donne che negli anni hanno beneficiato di un’opzione di pensionamento anticipato. A partire dal 2026, Opzione Donna non sarà più attiva. La misura, nata come sperimentazione, non ha trovato spazio nel futuro del Governo, segnando un passaggio importante. Una perdita concreta, insomma, per molte lavoratrici che – fino a oggi – potevano anticipare l’uscita dal lavoro rispetto alle regole standard. Non tutto è perduto però: restano alcune alternative, meno conosciute, che vale la pena esplorare per chi si avvicina alla pensione.
Quando si parla della fine di Opzione Donna, viene spontaneo chiedersi quali siano le reali possibilità oggi per chi lavora. Nel nostro Paese, ecco che ancora si notano differenze tra donne e uomini, specie sul tema del pensionamento anticipato. Per esempio, una donna può accedere alla pensione con 41 anni e 10 mesi di contributi, mentre un uomo deve raggiungere 42 anni e 10 mesi. Un piccolo margine, si direbbe, ma che influenza anche misure come l’isopensione, da concordare tra aziende e sindacati, rivolte a chi è entro sette anni dall’età pensionabile.
Osservando più da vicino, si scopre che per beneficiare di certe agevolazioni, una lavoratrice deve avere almeno 34 anni e 10 mesi di contributi, contro i 35 anni e 10 mesi richiesti a un collega uomo. Una differenza risicata, ma capace di fare la differenza per chi vuole trovare soluzioni rapide o più flessibili. Nelle grandi città – e parlo per esperienza nelle zone del Nord Italia – non sempre ci si accorge di quanto questi dettagli influenzino davvero il cammino pensionistico delle donne. Ecco perché anche adesso, con la chiusura di Opzione Donna, qualche spinta a favore rimane nel sistema, almeno un po’ di margine.
Le alternative ancora a disposizione per le lavoratrici
Non tutto si è fermato con la scomparsa di Opzione Donna: esistono altri strumenti di pensionamento anticipato per donne in condizioni particolari. Prendiamo chi ha una invalidità almeno pari all’80%. Per queste donne il pensionamento anticipato è possibile già a 56 anni, un’opportunità diversa da quella garantita agli uomini, che devono attendere i 61. Segno concreto di come si tenga conto – sotto certi aspetti – delle difficoltà sanitarie che le donne lavoratrici possono affrontare.

Interessante anche il discorso sulla pensione anticipata contributiva: per accedervi serve un’età minima di 64 anni con almeno 20 anni di contributi. Qui entrano in gioco alcune soglie da rispettare, calcolate tenendo conto anche della maternità. Le lavoratrici che hanno maturato contributi dopo il 31 dicembre 1995 e che hanno uno o più figli devono raggiungere un livello più basso, cioè 2,6 volte l’assegno sociale se hanno due o più figli, o 2,8 volte per un solo figlio. Al contrario, sia le donne senza figli che gli uomini (a prescindere dai figli) sono soggetti a una soglia più alta: minimo 3 volte l’assegno sociale per poter accedere alla pensione.
Questo sistema cerca di valorizzare – ed è doveroso dirlo – il contributo inferito dalla maternità, un aspetto spesso poco considerato da chi guarda solo ai numeri. Chi osserva con attenzione il mondo del lavoro, specialmente nelle città italiane più grandi, sa quanto queste regole influenzano la vita delle donne lavoratrici, anche se diventano quasi invisibili. È bene tenerle a mente, insomma, per chi sta programmando il proprio futuro pensionistico dal 2026 in poi.
I vantaggi sul calcolo della pensione per le madri lavoratrici
I sistemi di calcolo della pensione riservano qualche sorpresa per le madri che hanno iniziato a versare contributi a partire dal 1996. Avere figli può significare l’applicazione di coefficienti di trasformazione più vantaggiosi, che alla fine aumentano l’importo della pensione stessa. Ad esempio, con uno o due figli, si usa il coefficiente riferito a un anno in più rispetto all’età di uscita reale: uscire a 64 anni per la pensione anticipata contributiva equivale in pratica a considerare i 65 anni; per quella di vecchiaia, uscire a 67 anni si traduce nel coefficiente dei 68 anni.
Se invece le madri hanno tre o più figli, il beneficio si raddoppia, arrivando a due anni in più di coefficiente sia per la pensione anticipata contributiva che per quella di vecchiaia. Insomma, un riconoscimento che risponde – almeno in parte – alle difficoltà vissute tra periodi di lavoro parziale o interruzioni dovute alle responsabilità famigliari. Dunque, anche senza Opzione Donna, chi ha figli può contare su un certo aiuto al momento del calcolo della pensione.
Esiste anche una riduzione diretta sull’età pensionabile, valida per entrambi i tipi di pensione nominate sopra, e destinata alle donne che non abbiano versato contributi prima del 1996. In questi casi ogni figlio abbassa l’età di pensionamento di quattro mesi, fino a un massimo di sedici mesi se si hanno quattro o più figli. Può sembrare poco, e lo è – ma è comunque un dettaglio da tenere presente, soprattutto per chi ha carichi famigliari pesanti e vuole pianificare con cura. In fondo, tutta questa attenzione specifica è ancora lì, nascosta nel sistema previdenziale italiano.