Nel mondo della vendita di energia elettrica e gas, c’è un fenomeno che sta prendendo piede e che merita una riflessione attenta. Parliamo infatti di certi modelli commerciali che – sulla carta – promettono risparmi allettanti. In realtà, però, spesso finiscono per far pagare ai clienti cifre molto più alte rispetto alla media annuale: non raro – ecco il dato – che si arrivi a costi anche tre volte superiori. Dietro queste offerte, si cela una strategia precisa, mirata ad aumentare i guadagni dei fornitori e degli agenti di vendita, con metodi poco trasparenti. Alcuni ambienti tecnici li chiamano Pocket-Cricket. La particolarità? Si basa su dinamiche poco chiare e pratiche aggressive, insomma un quadro che va osservato con molta attenzione, soprattutto considerando la grande varietà di aziende energetiche attive sul mercato italiano.
Basta guardare al lato burocratico: oggi entrare nel settore energetico è più facile di quanto si pensi. Con un investimento di circa 100.000 euro, chiunque può aprire una società come venditore al dettaglio, seguendo normative ministeriali piuttosto snelle. Le procedure? Non complicate, richiedono poche autocertificazioni e referenze. Il risultato lo si vede – e qui il dettaglio conta – nei numeri: in Italia, ci sono oltre 800 soggetti registrati nel settore, alcuni dei quali sono realtà piccole, anche con un solo dipendente. Una situazione curiosa, no?
Dopo aver ottenuto la licenza, arriva la vera sfida: conquistare in fretta una quota di mercato sufficiente a garantire margini sostanziosi. Ed è qui che entra in gioco lo schema Pocket-Cricket, studiato per monetizzare sfruttando metodi poco evidenti e, diciamo, poco chiari nella loro natura.
Come funziona lo schema pocket-cricket nella vendita di energia
Il punto di forza – ma anche di criticità – sta nelle tariffe elevate applicate al cliente. Le Condizioni Tecniche Economiche (CTE), ossia l’offerta economica proposta, prevedono costi fissi che possono superare fino a sette volte la media di mercato. Una mossa che porta i fornitori a incassare subito una cifra consistente: quella che copre le spese per la rete di vendita e le commisssioni degli agenti. Spesso, però, si cerca di mantenere un’apparenza credibile presentando offerte “di facciata” con prezzi più vicini a quelli di mercato. Insomma, una sorta di finzione.

Non solo. C’è un trucco meno noto ma efficace: alcune aziende organizzano eventi pubblici in collaborazione con associazioni di consumatori, firmando protocolli d’intesa utili ad aumentare la loro reputazione. Questo accorgimento migliora la percezione di legittimità agli occhi del pubblico, e rende più facile persuadere i potenziali clienti a sottoscrivere contratti.
La rete di vendita si appoggia poi a agenzie di teleselling, composte spesso da personale con poca esperienza e pagato a commissione, elemento che stimola vendite aggressive. Qui si entra in territori poco regolamentati, con l’utilizzo di banche dati ottenute anche da fonti dubbie – insomma, a volte pescano dati anche dal dark web. Il target preferito? Soggetti vulnerabili, come anziani o persone con difficoltà linguistiche, che si trovano di fronte a proposte poco trasparenti e – diciamolo – talvolta ingannevoli.
Strategie per nascondere le condizioni reali e bloccare il passaggio
Le comunicazioni inviate ai clienti potenziali sono spesso incomplete o – peggio – fuorvianti. Con termini come “canone zero” o “zero spread”, si suggerisce un risparmio immediato; ma, tra “oneri amministrativi”, “sbilanciamento” o “capacity market”, si celano costi extra molto rilevanti. Un gioco di parole che nasconde il vero impatto economico del contratto sottoscritto.
Altro problema? La trasparenza delle offerte. Non di rado i fornitori evitano di pubblicare le condizioni complete sul Portale Offerte gestito da Acquirente Unico, uno strumento chiave per confrontare prezzi e termini. Come fanno a evitare i controlli più severi? Classificano i contratti come “non generalizzati”, escludendoli così dalla supervisione. Senza pagare sanzioni.
Colpa dell’inverno? Forse. Ma negli ultimi tempi si è visto un aumento di pratiche irregolari: contratti finti o non autorizzati sono inseriti nel Sistema Informativo Integrato, la banca dati centrale delle utenze. Perfino telefonate costruite ad arte per “simulare” il consenso del cliente si registrano. E una volta firmato il contratto, il fornitore fa di tutto per ostacolare o rallentare il passaggio a un altro operatore, dichiarando attivazioni contrattuali inesistenti e inviando segnalazioni al sistema centrale. Il risultato? L’utente resta bloccato nel contratto, senza potersi svincolare o cambiare fornitore come vorrebbe.
Se intervengono le autorità su pratiche scorrette, spesso la responsabilità viene fatta ricadere sugli operatori dei call center o sulle agenzie di teleselling. Le società si proteggono chiedendo firme digitali, tipo OTP, e limitano le richieste di chiarimenti o reclami da parte di agenti e clienti. In questo modo hanno costruito una barriera legale molto robusta, che rende complicato ottenere soluzioni efficaci in caso di controversie.
Insomma, lo schema Pocket-Cricket ha ormai molti adepti in varie regioni d’Italia, con maggiori conseguenze su chi non conosce bene il mercato energetico. I milanesi, per esempio, segnalano un aumento di contratti difficili da cancellare, e chi vive nelle grandi città si trova a fare i conti con questo problema più spesso. Serve quindi molta attenzione e un po’ di esperienza per non incorrere in danni finanziari non indifferenti.