Spesso, quando nascono dispute sul compenso legale, il nocciolo del problema riguarda più la modalità dell’accordo che la somma in sé. Capita frequente che controversie scaturiscano da intese non scritte o accordi informali – specialmente in contesti dove aziende e studi legali si trovano immersi in casi complessi o in operazioni societarie strategiche. In casi così, il patto scritto tra avvocato e cliente non è solo utile: diventa praticamente indispensabile, non tanto per fissare con precisione la cifra, quanto per proteggere, nel tempo, i diritti di entrambe le parti.
Da qualche tempo, la Corte di Cassazione ha fatto chiarezza sulle conseguenze di un mancato accordo formale sul compenso. Una questione che magari a prima vista sembra solo un piccolo dettaglio burocratico – e invece no – assume peso concreto: influisce direttamente sulla legittimità delle richieste di pagamento, e sulla tenuta del rapporto tra avvocato e cliente. Queste indicazioni, quindi, rappresentano un punto di riferimento valido sia per i professionisti del diritto sia per le imprese che affidano incarichi legali, tracciando una strada precisa da seguire quando si gestiscono queste collaborazioni.
Il valore imprescindibile dell’accordo scritto
C’è chi ricorda che la disputa in questione è nata da una richiesta di parcella avanzata da un legale verso una società, relativa a un’attività svolta durante un procedimento giudiziario. L’avvocato affermava che il compenso fosse stato definito tramite una nota informativa all’inizio dell’incarico e successivamente confermata via email. La controparte, però, negava l’esistenza di un vero e proprio accordo scritto, richiamando parametri standard per il calcolo e sottolineando che aveva già effettuato pagamenti parziali nel tempo.

Il primo giudice aveva assegnato una somma inferiore rispetto a quella domandata, riconoscendo soltanto gli interessi per il ritardo del pagamento. Il ricorso presentato dall’avvocato contestava che la sentenza non avesse considerato a dovere la natura dell’accordo sulle prestazioni, omettendo di applicare interessi di mora e rivalutazioni. Diciamo che la storia tira fuori un particolare spesso trascurato: un preventivo o una comunicazione non suffragata da una forma scritta non garantiscono la validità dell’accordo economico.
Con decisione netta, la Cassazione ha stabilito che ogni patto tra avvocato e cliente deve essere necessariamente redatto in forma scritta. Non è una semplice formalità: rappresenta un requisito indispensabile a pena di nullità. Questo scritto non deve essere per forza un singolo documento firmato, può benissimo consistere in proposte e accettazioni separate, purché attestabili. Il vantaggio? Elimina dubbi e fraintendimenti – un aspetto non certo secondario quando si parla di prestazioni con impatti economici duraturi e significativi.
Come si determina il compenso in assenza di un accordo valido
Il punto è questo: senza un accordo formalizzato e riconosciuto, la legge impone il rispetto di parametri precisi nel fissare il compenso legale. Le intese solo verbali o implicite difficilmente trovano accoglimento, anche se il cliente ha usato il servizio o non ha lamentato la cifra. Il sistema, così, garantisce trasparenza e certezza nel rapporto, tutelando entrambe le parti.
Cose da sapere: la Corte ha ricordato anche come trattare gli interessi in caso di ritardi nei pagamenti. Il compenso, sostanzialmente, va considerato come credito nominale da onorare senza applicazioni automatiche di rivalutazione. Gli interessi da applicare sono quelli legali, salvo dimostrazioni convincenti di danni maggiori causati dalla dilazione. Però, farlo vedere in tribunale – sembra banale – non è sempre cosa semplice.
In città come Milano o Torino, dove le aziende e i professionisti si muovono tra mille impegni e scadenze, questa questione può sfuggire o essere sottovalutata. Ecco perché una definizione chiara e preventiva del compenso è più che una raccomandazione: è una necessità, che evita interminabili rogne legali e sprechi di tempo. Insomma, meglio non lasciare nulla al caso.
Alla fine, appare chiaro come la formalizzazione scritta nel rapporto tra cliente e studio legale non debba essere vista solo come un obbligo burocratico, ma come il modo migliore per assicurare i diritti economici e la regolarità dell’intero processo. Molte realtà italiane – anzi, molte – si stanno muovendo verso prassi più trasparenti e contratti più articolati, rispondendo a una richiesta ormai diffusa nelle professioni regolamentate.